Le dimissioni volontarie, di regola, non consentono al lavoratore di accedere alla NASpI, perché l’indennità di disoccupazione presuppone normalmente una perdita involontaria del lavoro. Esistono però alcune eccezioni. Una delle più importanti riguarda le dimissioni per giusta causa, cioè quelle determinate da comportamenti o situazioni talmente gravi da non consentire la prosecuzione, neppure temporanea, del rapporto di lavoro.
Tra i casi che possono essere ricondotti alla giusta causa rientrano, in presenza delle condizioni concrete, il mancato pagamento della retribuzione, il mobbing, le molestie sessuali sul luogo di lavoro, modifiche peggiorative delle mansioni, comportamenti ingiuriosi del superiore o determinati trasferimenti illegittimi.
Non basta però definire autonomamente una situazione come “giusta causa”: occorre che i fatti siano effettivamente idonei a giustificare l’interruzione del rapporto.
Quali prove servono?
Questo aspetto è particolarmente importante perché il lavoratore che richiede la NASpI deve poter dimostrare le circostanze poste alla base delle dimissioni. Email, buste paga, contestazioni inviate al datore di lavoro, certificazioni, comunicazioni aziendali, testimonianze o altri documenti possono diventare elementi rilevanti. La valutazione dipende comunque dal singolo caso.
Nel 2025 sono inoltre entrate in vigore nuove disposizioni sulle cosiddette “dimissioni per fatti concludenti”. In determinate ipotesi di assenza ingiustificata prolungata, il rapporto può essere considerato risolto per volontà del lavoratore. Questa modalità di cessazione, secondo i chiarimenti dell’INPS, non consente normalmente di ottenere la NASpI perché manca il requisito della disoccupazione involontaria.
Diversa è l’ipotesi in cui il lavoratore presenti realmente dimissioni per giusta causa e riesca a dimostrarne i presupposti. L’INPS ha chiarito che, ricorrendo gli altri requisiti previsti dalla normativa, l’accesso alla prestazione resta possibile.
Prima di dimettersi è importante verificare il caso
La giurisprudenza più recente ha ribadito che deve trattarsi di una situazione imputabile al datore di lavoro e sufficientemente grave da rendere intollerabile la prosecuzione del rapporto. Per questa ragione è sconsigliabile interrompere il rapporto senza prima avere valutato correttamente la situazione e raccolto la documentazione necessaria.
Anche il momento in cui vengono presentate le dimissioni può avere rilievo. Se il problema riguarda, ad esempio, stipendi non pagati o condotte datoriali reiterate, è importante conservare una cronologia precisa degli episodi e delle richieste già rivolte all’azienda. Agire in modo coerente e documentato aiuta a dimostrare che la cessazione non deriva da una libera scelta personale, ma dalla situazione concretamente verificatasi nel rapporto di lavoro.
Prima di presentare le dimissioni per giusta causa è quindi utile verificare se i fatti siano giuridicamente sufficienti, come possano essere provati e quale procedura seguire. Un’assistenza preventiva può ridurre il rischio di contestazioni e tutelare meglio il diritto del lavoratore alla NASpI.




